• Food off | I ristoranti fuori dai ristoranti: ghost restaurant & i Meal Kits

    Ristoranti virtuali ( detti anche ghost restaurant) e meal kit sono le risposte degli Stati Uniti alla mancanza di voglia di uscire a cena, anche laddove si è deciso di riaprire. Due soluzioni-format che stanno sempre più crescendo anche in Italia e nel resto del mondo come fenomeno in espansione. Sono I ristoranti fatti di sole cucine: si limitano a preparare piatti da vendere attraverso le app di consegna a domicilio

    Questo longform di Anna Wiener getta lo sguardo sui mutamenti scatenati dall’emergenza coronavirus sul mondo della ristorazione, e lo fa ricostruendo un quadro dettagliato di ciò che si sta muovendo negli Stati Uniti intorno al delivery, in particolare.

    Da brava scrittrice di tecnologia e Silicon Valley qual è, esplora l’universo delle startup, raccontando soprattutto quanto sta facendo Reef, un’azienda che si occupa di gestire centinaia di parcheggi urbani e che sta provando a ridefinirne la funzione, facendoli diventare piccoli hub in cui concentrare un po’ di tutto, come fossero luoghi di prossimità in cui ritirare pacchi e cibo da asporto per poi rintanarsi in casa.

    Il focus è ovviamente sul cibo, su come la ristorazione tradizionale abbia cercato di reinventarsi e su come siano esplosi i ristoranti virtuali, insegne che non corrispondono a un luogo fisico ma fanno cucina e consegnano i piatti a casa (Dark Kitchen o Lab Kitchen)

    Nella proliferazione di queste cucine fantasma c’è un pezzo di futuro, e questo è il primo punto significativo che dobbiamo tenere presente qualora volessimo immaginare come sarà la ristorazione da oggi in poi: se parliamo di Stati Uniti il caso è ancora più significativo, visto che si accompagna alla moltiplicazione di startup, applicazioni e marchi ristorativi che parlano la lingua del web ed esistono in funzione del web. Non proprio la cara vecchia osteria, per intenderci.

    Ma c’è anche un secondo punto sviluppato nell’argomentazione da Wiener e su cui vale la pena soffermarci: questi progetti di stampo digitale e che ruotano intorno ai marchi fantasma hanno la pretesa di costruire nuove economie di prossimità su nuove fondamenta, nello specifico di natura altamente tecnologica.

    Così facendo distruggono, perlomeno potenzialmente, le economie di prossimità che già esistono, e che non vivono nell’etere ma sulla nuda terra. Quindi va bene l’entusiasmo per l’innovazione e il prendere atto che il futuro della ristorazione sarà in parte anche quello, ma la cara vecchia osteria con i suoi muri, le sedie e i tavoli che fine farà?

    I ristoranti pensano dentro la scatola ( restaurants think inside the box)

    L’articolo di Priya Krishna si muove non lontano da quello di Wiener. Si parla però, invece che di ristoranti fantasma, di ristoranti in carne e ossa che al posto del classico delivery di piatti pronti hanno puntato sui meal kit: scatole in cui mettere gli ingredienti scomposti e le istruzioni per cucinarli, e così replicare le ricette (anche dei grandi ristoranti) a casa.

    Anche qui sono due i punti salienti. Il primo ha a che fare con il valore formativo di tale format: volenti o nolenti si impara qualcosa sulla cucina, dovendosi mettere ai fornelli seguendo le indicazioni di cuochi professionisti, spesso anche molto bravi.

    Il secondo invece riguarda l’idea secondo cui attraverso i meal kit si possono replicare i piatti del ristorante a casa: qui è necessaria una precisazione, perché solo alcuni piatti si prestano a questa operazione (quelli che non richiedono strumentazione iper-professionale e tempi lunghissimi di preparazione), e in fondo i ristoranti hanno la fortuna che hanno proprio perché spesso offrono qualcosa che tra le mura di casa non facciamo più o non faremo mai.

    Tutto questo arrovellarsi sul futuro della ristorazione statunitense (e non solo) ha origini ben precise: deriva dal fatto che negli Stati Uniti il contenimento della diffusione del virus ancora non c’è stato, e anzi le statistiche sembrano raccontare un paese ancora fortemente colpito e incapace di rispondere.

    In un suo articolo sul New York Times Tejal Rao racconta come non senta l’impulso di tornare a mangiare al ristorante per una serie di motivi: i dipendenti dei locali sono così in pericolo, i ristoranti e i bar aperti pare che siano i maggiori potenziali focolai di nuove infezioni, e la normalità sembra ancora lontana anni luce.

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