• Il Cibo nell’Arte: dal ‘900 all’arte contemporanea

    Arriviamo così al Novecento con le sue con le sue contraddizioni e la potente spinta avanguardistica. La Natura Morta continua ad essere uno dei soggetti preferiti dagli artisti, elemento ispiratore di realtà oniriche (De Chirico) o talvolta di notevole verismo (Guttuso), ma in ogni caso testimone dei cambiamenti che si susseguono nel mondo dell’arte.

    Henri Matisse, Natura morta con piatti e frutta, 1901

    Pablo Picasso, Natura morta con pane e fruttiera, 1909

    Giorgio De Chirico, Il sogno trasformato, 1913

    Umberto Boccioni, Natura morta con cocomeri, 1912

    Tavolo con angurie, ERmilio Longoni, collezione privata

    Nell’Arte Contemporanea il Cibo ha iniziato ad assumere un Ruolo Diverso e a essere usato non più come tale, ma come qualcos’altro. Così il Busto di Donna, retrospettiva di Salvador Dalì (1933, New York, MoMA), ha come Copricapo una Baguette e come Capelli delle Pannocchie

    Pablo Picasso, Nature morte. Corbeille de fruits et boutillie. 1937

    Pesce, bottiglia di vino e coltello su tavolo è una significativa opera di Luigi Filippo Tiburtelli, in arte Filippo de Pisis, uno dei più rilevanti pittori degli inizi del Novecento. Il quadro, con il mare sullo sfondo, è un olio su tela, di dimensioni 53×63 centimetri, e appartiene a una collezione privata

    Giorgio de Chirico, Composizione di frutta con statua classica, olio su tela, 53 x 64 cm. Collezione privata

    Nella seconda metà del XX secolo, dopo un periodo di guerre e tensioni politico-sociali, in cui sembrava non ci fosse spazio da dedicare all’arte, riappare il cibo come forma d’espressione artistica negli anni ’60.

    In particolare la pop art, con il suo elogio della banalità e della quotidianità, assume il cibo come il simbolo del consumismo, rappresentato in veste industriale e non naturalistica e con una forte connotazione di satira sociale.

    Roy Liechtenstin, Carne 1962

    Andy Wharol . 200 Campbell’s Soup Cans, 1962 New York, Moma

    Claes Oldenburg, Floor Cake, 1962, New York, MoMA

    René Magritte sconvolge tutte le nostre certezze dicendoci che non sempre una Mela Disegnata è semplicemente una Mela (Ceci n’est pas Une Pomme, 1964, collezione privata).

    Renè Magritte, Il figlio dell’uomo, 1964

    Andy Warhol, Velvet Banan, 1967

    Andy Warhol, Barattolo di zuppa Campbell, 1968

    Nemmeno l’Arte Povera poteva tralasciare il cibo, nella sua continua ricerca di Materiali Fuori dalla Tradizione con cui creare opere d’arte inaspettate e ribaltare la presunzione di eternità che l’arte porta insita in sé sin dall’inizio. Cosa c’è di più deperibile di un Cespo di Insalata? Eppure Giovanni Anselmo (Senza titolo – Scultura che Mangia, 1968, Parigi, Centre Pompidou) ha pensato bene di inserirla tra due blocchi di granito (un materiale al contrario solidissimo e pressoché eterno), costringendo tutta la scultura alla precarietà e alla costante sostituzione di una sua parte fondamentale.

    Il belga Marcel Broodthaers invece ha usato il cibo, in particolare un Piatto Tipico Nazionale, per ironizzare e prendere in giro il proprio paese; le Cozze, vero simbolo del Belgio, emergono come una colonna compatta da una comunissima casseruola da cucina, in un accostamento dal sapore surrealista, così inaspettato eppure convincente (Casseruola con cozze chiuse, 1968, Londra, Tate Gallery).

    Casserole and Closed Mussels 1964 Marcel Broodthaers 1924-1976 Purchased 1975 http://www.tate.org.uk/art/work/T01976

    Mario Schifano, Coca Cola, 1972

    Roy Liechtenstein, Vaso di cristallo con frutta, 1973

    Renato Guttuso, Vucciria, 1974

    Luigi Benedicenti si avvicina all’arte intorno agli anni ’70 e si specializza in quella che noi chiamiamo arte iperrealista. È un genere che lascia tutti a bocca aperta, grazie all’uso di tecniche fotografiche di cui i pittori si servono per costruire l’illusione di avere davanti una foto anziché un dipinto. I soggetti possono essere vari, soprattutto figure umane, scenari cittadini ma Benedicenti, come noi, preferisce fare del cibo… un’arte! E così le sue tele raffigurano golosi pasticcini, invogliante frutta candita: pietanze così vere da farci venire l’acquolina in bocca.

    È il caso sicuramente delle Due fette di panettone con canditi qui sopra. La crosta che dà l’idea di essere friabile, la pasta bucherellata dalla lievitazione e quei canditi coloratissimi, così vivaci e invoglianti da farci pensare che questo dipinto sia una foto per una pubblicità accattivante.

    La ricerca stilistica di Benedicenti prende avvio dalle nature morte cinquecentesche, che egli reinterpreta, analizzando ogni minimo particolare dei dolci di pasticceria, principali soggetti delle sue tele.

    Vanessa Beecroft, VB52, 2003-04

    Non c’è un messaggio dichiarato per questa performance avvenuta a Rivoli nel Museo di Arte Contemporanea. In un banchetto, durato sette ore, le modelle omologate con delle parrucche, percorrono il ciclo della vita. Il cibo è una scenografia con le portate che hanno ogni volta un colore diverso.

    Celia A. Shapiro, Last supper, 2004

    Una serie di foto ci mostrano l’ultima cena scelta dai condannati a morte nelle prigioni americane. Un punto di vista differente che ci riporta a un valore emozionale, politico e ideologico sulla giustizia e sulla pena capitale.

     

    I lavori di Will Cotton rimandano a un Universo Iper-Zuccheroso, dai toni pastello e dalle atmosfere oniriche e fiabesche (Crown, 2012 oppure lo Chalet di biscotti, 2003), diverso è il significato che i Dolci, e in particolare le Caramelle, hanno nelle installazioni di Felix Gonzalez Torres. Le caramelle e i bastoncini di liquirizia infatti evocano lo Spettro della Morte e del Nulla che rimane dopo il loro consumo, ma sono anche una mera consolazione per coloro che rimangono (Untitled – Public Opinion, 1991, New York, Guggenheim Museum).

    Frida Kahlo – “L’ultima cena”

    Frida Kahlo, l’artista delle artiste, messicana, più rivoluzionaria lei di tutti messi assieme
    Una tavola riccamente imbandita, anche di elementi rituali, che reiterano il volto dell’artista, com’era suo feticcio, e infarciscono di nuovi significati la tradizionale iconografia cristiana

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