• La psicologia della dieta: perché soffriamo nel fare qualcosa che ci fa bene?

    Tutti i motivi per cui seguire un regime alimentare è così faticoso. La sensazione di aver perso qualcosa di importante, anche se solo a livello inconscio, fa vivere alla nostra mente e al nostro corpo uno stress

    Quando non diventa un’ossessione, perdere peso fa bene all’organismo. Alleggerisce le giunture. Ci rende più agili. Ci aiuta a prevenire malattie letali come il diabete, i tumori, l’ipertensione e le conseguenti malattie cardiovascolari. Eppure, nonostante siamo coscienti di tutto questo, quando facciamo la dieta, soffriamo. Rinunciare al pranzo della domenica, quello degli eccessi gastronomici casalinghi, ci fa star male.

    L’immagine di una torta di mele, vista durante un percorso dimagrante, ci annichilisce e ci potrebbe far scoppiare in lacrime. Perché soffriamo nel fare qualcosa che ci fa bene? Forse la chiave sta tutta in quelle due parole: dieta dimagrante.

    La diffusione della restrizione alimentare nasce nell’epoca moderna. La prima donna a incarnare il modello contemporaneo di bellezza, con la sua figura slanciata e longilinea fu l’imperatrice Elisabetta di Baviera, meglio nota come principessa Sissi. Alta un metro e sessanta, vantava un giro vita di 45 centimetri e un peso di soli 45 kg. Seguiva diete inventate da lei e faceva tanto esercizio fisico.

    Mangiava una sola volta al giorno, nutrendosi di tè alla violetta. Tutto per non rinunciare ai dolci e al suo amato cioccolato. Col tempo il modello estetico dell’imperatrice ha stregato altre seguaci.

    «Veniamo da tanti anni di retaggi culturali che parlano di diete dimagranti come qualcosa di restrittivo, qualcosa per cui dobbiamo fare delle rinunce – spiega la dottoressa Graziana De Palma, psicologa e psicoterapeuta, responsabile del Centro Psiconutrizione, specializzata nelle dipendenze psicologiche – Questo ci porta a pensare a una sofferenza. Quando si crolla e si molla tutto, nella nostra memoria rimane il ricordo di una sofferenza». O di un fallimento.

    Le fasi della dieta

    Ricalcando un po’ lo schema delle fasi dell’elaborazione del lutto inventato dalla dottoressa Elisabeth Kübler-Ross, anche la dieta ci porta a vivere tanti stati psichici diversi, in progressione. «Quando iniziamo, viviamo un grande entusiasmo perché ci si dà un obiettivo (spesso non realistico), che ci fa pensare che si riuscirà a raggiungere un dato peso in un dato tempo. Quindi si comincia subito in modo schematico, rigido. Si pesa tutto al grammo, per non sbagliare. Si fa attività sportiva tutti i giorni, cercando di sudare tantissimo».

    Ma se l’obiettivo non è realistico, come i famosi sette chili in sette giorni dell’omonimo film, è facile sbagliare. Ed ecco: ci si sente castrati, soffocati, affaticati. «Nella dieta dimagrante si ripongono tante speranze, tra cui una specie di pensiero magico. Se mangio meno, dimagrisco e sarò più felice. Cose così. Quindi, quando non si raggiunge l’obiettivo prefissato, si vive la delusione. Ci si sente avviliti e si tende a lasciar andare pian piano tutte le restrizioni. Lo sgarro diventa l’occasione per mollare. Ci si dice: “questa volta non succede niente”. Ma se lo si ripete spesso, si torna ai vecchi meccanismi. Il motivo? la castrazione ci ha fatto esplodere».

    Quando molliamo la dieta, ci sembra di tornare liberi, ma è solo un circolo vizioso. Lo stile alimentare non circoscritto da un percorso nutrizionale consapevole, ci porta a riprendere i chili perduti. L’orizzonte finale è sempre lo stesso: lo sviluppo di malattie legate all’obesità.

    L’angoscia della rinuncia al cibo

    Nel corso della vita c’è chi vive momenti in cui nutrirsi è solo uno scomodo compito da esaurire nel più breve tempo possibile, perché presi da altro. C’è chi nasce e cresce inseguendo il cibo. Quando siamo a dieta, anche pesare i maccheroni – 60 grammi per le donne, 80 grammi per gli uomini – sembra una tortura. Ma da cosa nasce questa angoscia?

    «Al di là del nutrimento, il cibo rappresenta un po’ per tutti anche un piacere che viviamo sia nella convivialità sia nei momenti di stress psicologico. La gratificazione del palato è quella che troviamo e ci trova più rapidamente. Quindi smettiamo di ascoltare quello che desideriamo e ci cibiamo solo di quello che è più veloce e ci dà maggior piacere, come i cibi spazzatura, con molti grassi e zuccheri, già pronto…».

    Un altro dei paradossi umani è che, oltre a rifiutarci di fare ciò che ci fa stare bene, siamo attratti dai cibi che ci fanno più male, come il junk food. Secoli di evoluzione ci hanno insegnato a scansare le cose che ci uccidono subito, ma non quelle che possono farci fuori lentamente. Ma non è solo colpa nostra. Oggi viviamo in una foresta mediatica che ci offre cespugli di cibo poco sano in ogni momento della giornata. «La nostra mente corre dietro al colore, alle pubblicità accattivanti. Questo fa mancare la riflessione sul cosa può essere più buono e più sano.

    Prendo quello che più mi cattura a livello visivo e alle sensazione che mi trasmette». Basti pensare alle merendine o altri alimenti mangiati durante il boom del benessere, negli anni Ottanta. Sono ricordi piacevoli ormai radicati nella nostra mente, che ci inducono a ripetere certi meccanismi alimentari. Se ero felice in quel momento, mangiando un piatto di pennette alla vodka o il Tegolino del Mulino Bianco, se mangerò queste cose, tornerò ad esserlo.

    Mangiamo perché siamo annoiati e, quando non lo facciamo, nella nostra mente scatta il percepire la mancanza del piacere. Se non ce ne sono altri – un innamoramento, gli hobby, la socialità, lo sport, l’unico che conosco da sempre e che vivevo liberamente è il mangiare. Se viene a mancare anche quello, sono perduto. «La sensazione sarà quella di aver perso un piacere importante, anche se solo a livello inconscio». Quindi la nostra mente – e, di conseguenza, il nostro corpo – vivranno uno stress. Ecco perché stare a dieta è così faticoso.

    Stare a dieta senza stare a dieta

    Ogni volta che penso di iniziare la dieta per perdere quei due chili maledetti, dote dell’età, penso al canone estetico che vorrei raggiungere e mi convinco a fare qualche sacrificio. Poi penso alla Venere di Willendorf. Ci penso attentamente. Vedo le sue curve e penso a quanto dovesse essere desiderata dagli uomini del tempo, che le hanno addirittura dedicato un piccolo idolo. E desisto dall’idea di punitivi digiuni. Coscienti dei rischi, siamo costretti – pazienti e medici – a immaginare un’alternativa.

    «Oggi non bisognerebbe approcciarsi più al concetto di dieta dimagrante restrittiva, ma a quello di un’alimentazione sana quotidiana, che ci faccia lavorare su comportamenti che partono dalla psiche e che ci portino a vivere il piacere del palato in maniera equilibrata. Non dovremmo pensare tanto alle restrizioni, ma a come aggiungere tutto ciò che è sano attraverso comportamenti nuovi, che ci possono rendere più equilibrati e sereni. La dieta ipocalorica restrittiva ci porta da un estremo all’altro che non ci fa mai vivere tranquilli».

    Un altro dei problemi delle diete tradizionali sono i menu ripetitivi, senza fantasia. Nel corso del tempo la tavolozza di sapori a cui ci siamo abituati si è allargata. Abbiamo sostituito alcuni gusti “difficili” come l’amaro, con tanti grassi e zuccheri. Per questo si fa fatica, a volte, nel godersi la materia prima tal quale. Ma non è detto che la dieta debba essere piatta e seriale. E qui, dopo la quarantena che ci ha lasciato un ricettario colmo di cose buone che abbiamo imparato a fare, ma anche qualche chilo in più, i nutrizionisti e gli chef hanno una possibilità. «Entrambi dovrebbero imparare a elaborare ricette che esaltino la materia prima senza troppi condimenti dannosi».

    Questo ci smarcherebbe da un altro, annoso problema: rinunciare alla socialità per rimanere ligi al dovere dietetico. Possiamo farlo anche ora, ma dobbiamo cambiare mentalità. «Chiudersi in casa ed evitare la vita sociale è un altro aspetto che ci porta a crollare. La psiche soffre. Se prima andavo a mangiare con gli amici nel fine settimana e ora devo smettere per dimagrire, alla rinuncia al cibo aggiungo quella alla vita sociale.

    Invece bisogna mantenerla ricordando che, se mangiamo un primo con le verdure, stiamo solo mangiando sano. Non c’è niente di cui vergorgnarsi. Bisogna sapersi concedere un momento al ristorante con gli amici, magari pensando di fare una camminata più lunga, all’aria aperta, più tardi. Niente sensi di colpa per qualche eccesso, basta mantenere l’impegno con noi stessi e riequilibrare il pasto conviviale con un po’ di attività sportiva in più».

    L’ingrediente segreto per fare la dieta

    La dieta dimagrante è uno stress. L’alimentazione sana ed equilibrata è sempre alla nostra portata, grazie alla prodigiosa Dieta Mediterranea, Patrimonio immateriale dell’Umanità secondo l’Unesco. È stato dimostrato che si tratta di un regime nutritivo equilibrato, tra legumi, carne, pesce e carboidrati. Se si segue in modo costante, è l’alimentazione più sana che possiamo regalarci. Ma il vero ingrediente segreto per riuscire a perdere peso senza cadere nella disperazione è dentro la nostra testa.

    «Dobbiamo riuscire a vivere un maggiore contatto con i nostri stati d’animo. Quando non siamo pronti, quando i nostri stati d’animo sono su altro, quando c’è dolore e frustrazione, dobbiamo essere affettuosi con noi stessi, coccolarci, anche con il cibo. Non fa bene avere schemi rigidi, ma bisogna cercare l’equilibrio». Forse fatichiamo con le diete perché, invece di togliere grammi o ingredienti, dimentichiamo che nella nostra vita dovremmo mettere anche altro. Scegliere accuratamente cosa mangiamo – ma anche quello che facciamo e come viviamo – è un atto d’amore. E, come si fa in questi casi, la cura, la dedizione e l’attenzione sono tutto.

    di su www.linkiesta.it

    109 visite
    0 commenti
  • Lascia un tuo commento

    Il tuo indirizzo email non verrà pubblicato.
    Campi obbligatori *